Molecole ridicole

La chimica non è immune dagli strafalcioni, che proliferano in modo particolare quando termini scientifici finiscono in pasto all’editoria generalista. Gianna Ferretti, titolare di un blog dedicato a questa categoria, ce ne segnala alcuni.

Qui una fatostanita ci dicono essere in realtà fatostatina, che suona anche meglio.

Sul corriere.it si cita un inesistente Psychomatic Medicine Journal (in verità Psychosomatic).

Infine, in questo comunicato Codacons dell’inizio dell’anno un acido ciclamino (in realtà acido ciclamico) non basta a ingentilire l’azoburina (azorubina). Il comunicato è rimbalzato tra i media mantenendo gli errori.

Un sentito grazie a Gianna e al suo blog.

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Da rivedere

ROMA — «Winston Churchill? Il presidente degli Stati Uniti durante la crisi del ’29», scrive uno studente del secondo anno di Scienze Politiche. L’opera di Antonio Gramsci durante la prigionia? I «Quaderni delle prigioni», risponde un altro universitario che fa un po’ di confusione con Silvio Pellico. C’è una domanda sul carisma. «Può essere trasmesso per via ereditaria o per vicinanza», è la risposta. Cosa è la burocrazia, altro quesito: «È uno dei tre organi dello stato», scrive l’universitario.
 
Continua qui. Tratto dal Corriere della Sera del 26 agosto 2009

 

Nuovi esempi di calchi dal libro di Faletti

Ieri mattina il telefono mobile ha iniziato a squillare sul mio tavolino da notte, io avrei voluto girare attorno al cespuglio e non rispondere: invece l’ho fatto. Dubbi?
Allora traduco: ieri mattina il cellulare ha iniziato a squillare sul comodino, io avrei voluto tergiversare e non rispondere: invece alla fine ho risposto. Era un amico che mi avvisava di una lunghissima risposta di Giorgio Faletti, pubblicata sul quotidiano La Stampa, a un articolo de il Giornale del 5 agosto. In quell’articolo avevamo fatto notare, citando anche alcune autorevoli traduttrici dall’inglese, come nell’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio, ci fossero delle espressioni così americane da risultare ben poco comprensibili in italiano (esattamente come quelle utilizzate nella prima frase di questo articolo). Abbiamo anche puntualizzato che la questione aveva avuto una certa eco sui blog (come Italians di Beppe Severgnini) mentre, invece, la carta stampata aveva fatto finta di niente. >>
 
Matteo Sacchi, il Giornale, 23 agosto 2009, l’intero articolo si trova qui.

Faletti: ancora accuse e la risposta

Il 3 agosto era uscito su il Giornale un articolo di Matteo Sacchi che riprendeva le osservazioni sul blog di Severgnini e citava alcuni esempi di calchi al contrario.
 
Eccone un estratto:

Tanto per dire: due detective, a pagina 136, hanno un dialogo serrato e anche abbastanza ben scritto, sino a che uno dei due dice all’altro: «Non girare attorno al cespuglio, Peter. Che succede?». Ma attorno al cespuglio ci gira il lettore italiano per il quale «don’t beat about the bush» non significa niente (è l’equivalente di «non menare il can per l’aia»). E dal passo in questione l’attacco alla comprensione e alla lingua diventa sempre più serrato, sino a culminare con «Te ne devo non una, ma mille» che deriva dall’americanissimo «I owe you one» e che in italiano si renderebbe con «Ti devo un favore grosso come una casa».

E, senza infierire, si potrebbe anche chiedersi cosa Faletti sperava che i lettori capissero dalla frase (pagg. 363): «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo». I grandi della terra? Sì, grazie, avere degli adulti attorno a noi bambini piace? No, più banalmente, per i neri d’America i «grand» sono dei bei bigliettoni da mille dollari. Ecco come mai qualche traduttore, come l’interprete Eleonora Andretta, che è stata tra le prime a segnalare alcune di queste stranezze, si è posto una domanda: «Ma Faletti pensa in americano?». 

L’intero articolo è possibile leggerlo qui.

Oggi, domenica 22 agosto, Faletti risponde sulla Stampa. Così:

«Non girare intorno al cespuglio». In Inglese, per esortare una persona che sta tergiversando si dice: «Don’t beat around the bush», frase idiomatica che nella traduzione letterale diventa esattamente quella che ho utilizzato io. Per quel che mi riguarda la frase raggiunge benissimo lo scopo che si prefigge e credo che un autore, se vuole fare girare la gente intorno al cespuglio invece che fargli menare il can per l’aia, sia quantomeno libero di farlo. «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo». Nel gergo dei bassifondi i biglietti da mille dollari vengono chiamati «grands». Forse se avessi utilizzato il termine «verdoni» niente sarebbe successo, perché è una parola ormai acquisita nel linguaggio italiano, dimenticando che nasce dal fatto che i dollari sono verdi e che dunque in Italia non dovrebbe avere significato alcuno.

«Non te ne devo una, ma mille». Secondo la Pubblica Accusa il concetto per avere un senso dovrebbe essere espresso con la frase «Ti devo un favore grosso come una casa». In Piemonte c’è un modo di dire: «Questa la puoi raccontare per una», che si usa ad esempio quando qualcuno esce vivo per miracolo da un incidente stradale. Potrei, volendo, essere accusato anche di «piemontesismo», ma allora temo sia nei guai pure Andrea Camilleri… «La fata del dentino a te porta la marijuana». Lo so benissimo che da noi esiste il topolino e non la fata e di questo faccio pubblica ammenda. Tuttavia devo confessare di avere dei complici. Proprio l’altra sera, vedendo un film con Ben Affleck, Il diario di Jack, mi sono accorto che in un dialogo i protagonisti parlavano della fatina del dentino. Avvertirò i distributori italiani che la mannaia sta per abbattersi anche sul film. A meno che questo fatto non sia passato inosservato e dunque c’è da chiedersi maliziosamente perché. «Smettere di sentirsi falene davanti a una candela». Questa è un piccolo personale orgoglio. Pur essendo depositario di un decoroso inglese, ignoravo del tutto l’espressione «Like mooths to flame» quindi questa espressione, che indica precarietà, è del tutto frutto della mia fantasia. A meno che non mi si voglia far credere che le falene italiane indossino perennemente una tuta d’amianto.

Trovate qui l’intero articolo.

Faletti risponde pure sul Corriere della Sera, stavolta con una provocazione.

«Mi manda in bestia il continuo riemergere dell’insinuazione secondo cui non sarei io il vero autore dei miei romanzi. Si è detto che me li scriveva Jeffery Deaver, figuriamoci. Poi che era mia moglie, la quale ha sempre lavorato come architetto. Adesso sbuca fuori un fantomatico ghostwriter italo-americano. Non accetto che, senza uno straccio di prova, si metta in dubbio la mia onestà verso i lettori. E sono pronto a rivendicarla in tutte le sedi».

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Dunque si preannuncia qualche iniziativa giudiziaria? «Non credo. Cerco di guardare sempre la vita con ironia e penso che presto la faccenda si sgonfierà. Del resto, in un Paese dove non è al riparo la privacy di nessuno, con tutti i giornalisti che ci sono a caccia di scoop, come si può credere che non sarebbe venuto a galla il nome della persona che scriverebbe i libri da me firmati?» Comunque Faletti è anche disposto a fornire la prova della sua correttezza: «Non gratis però. Se qualcuno deposita un bel gruzzolo da un notaio, sono pronto a fare lo stesso e ad autorizzare il notaio a stare insieme a me mentre scrivo il prossimo romanzo. Così, se risulterà che ho un ghostwriter, pagherò il notaio e il mio antagonista prenderà i soldi. Ma se invece sarà confermato che sono l’unico autore, allora lui pagherà il notaio e io intascherò la somma». C’è qualcuno che se la sente di accettare la sfida?

Inedito rilkiano

Nella nota bibliografica evidenziata e tratta dal Libro d’ore, di R.M. Rilke (Servitum 2008), all’autore è attribuita l’opera I quaderni di Malte Laudris Brigge, mentre il nome corretto è Laurids.
Segnalazione, titolo e buona parte del testo (oggi siamo pigri) sono di Giacomo, cui va l’ennesimo ringraziamento.