Calchi all’origine

Stando alla segnalazione che riportiamo di seguito e che abbiamo tratto dalla rubrica Italians di Beppe Severgnini sul Corriere, il nuovo libro di Faletti pullula di “calchi”, ossia costruzioni tipiche di un’altra lingua tradotte in modo letterale in italiano. Escludendo l’ipotesi peggiore (che Faletti si serva di un ghost writer di madrelingua inglese: l’avrebbe senz’altro nascosto meglio), il romanzo Io sono Dio rappresenta un esempio di come la lingua italiana si stia riempiendo di americanismi e si stia svuotando di costruzioni tipiche. Avanza un modo di scrivere che riflette da un lato anni e anni di cattive traduzioni, dall’altro la pigrizia nella scrittura. Sconcerta soprattutto la naturalezza con cui questo appiattimento viene legittimato.

«Io sono Dio»: Faletti pensa inglese-americano oppure…?

Caro Beppe, cari Italians,
ho appena concluso la lettura di Io sono Dio di Giorgio Faletti e sono perplessa a dir poco. Vado subito al punto: mi riferisco a quelli che in gergo traduttivo si chiamano «calchi», vale a dire quei termini o espressioni tradotti letteralmente, con effetti orribili sulla lingua di arrivo. Ebbene, Io sono Dio ne conta moltissimi. Ma in teoria non è un libro tradotto, giusto?
Allora non mi spiego perché un autore italiano dovrebbe scrivere «non girare intorno al cespuglio»: calco di «don’t beat about the bush», invece di «non menare il can per l’aia». O perché dovrebbe scrivere «Te ne devo una», palese calco di «I owe you one», che in italiano è molto più semplicemente «sono in debito/a buon rendere». O perché in un libro scritto in teoria in italiano mi ritrovi l’incomprensibile frase «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo» dove «grandi» è lo spudorato calco di «grand», vale a dire mille dollari nel gergo della comunità dei neri americani. E questi non sono che pochi esempi. A dire la verità, tutto il libro mi ha lasciato l’impressione dell’italiano «derivato», con i suoi «prese un bel respiro», «telefono mobile» e così via. Ho cercato di darmi una spiegazione plausibile, iniziando con: «Faletti pensa in inglese-americano». Non sta in piedi, per tutta una serie di motivi linguistici e tecnici per i quali sarebbe necessaria un’altra lettera. E allora? Non so cosa pensare, perciò farei pensare un po’ te, Beppe, e anche qualche Italian. Che mi dite?

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4 pensieri su “Calchi all’origine

  1. Oso una risposta banale: l’ha fatto di proposito. Ha scelto di tradurre letteralmente quelle espressioni, visto che il romanzo si svolge negli Stati Uniti. Discutibile dal punto di vista stilistico, ma una scelta, non semplice sciatteria (Faletti è tutto fuorché sciatto).

  2. Calvino ha calcato Faulkner. Pavese ha calcato la consecutio inglese. Entrambi con risultati letterari eccelsi.

    Faletti,qualunque cosa abbia voluto fare, ha partorito un gigantesco obbrobrio. I suoi calchi non danno l’idea dell’America – danno l’idea di uno scrivente mezzo analfabeta o di un popolo incapace di esprimersi in maniera comprensibile.

    Se vuoi calcare, fallo con cognizione di causa e con mestiere – vedi le traduzioni eccelse dei veri maestri quali la traduttrice di Morrison, Coetzee, Naipaul, Burroughs e altri.

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