La Stampa se stesso

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Strafalcioni invalsi

Immancabili come le zanzare e le manovre finanziarie correttive, ecco gli esiti dei quiz dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione (INVALSI) che, costruiti per comprovare l’esistenza di un’emergenza educativa, riescono a compiere la missione loro assegnata: uno studente (parliamo dei ragazzi che sono appena usciti dalla scuola media) su tre è insufficiente, e solo la metà si eleva al disopra della semplice sufficienza. A portare giù gli esiti sono soprattutto la grammatica e la geometria. L’unica nota positiva, a quanto sembra, è nel comportamento degli studenti meridionali, che quest’anno si sono disciplinatamente comportati peggio dei loro colleghi settentrionali, risparmiando ai valutatori dell’INVALSI la fatica di dover ricalibrare più volte i criteri di correzione per far risultare gli studenti nordici migliori dei loro colleghi “sudici”.
 
Girolamo di Michele, Carmilla, 9 agosto 2010, continua qui.

Calchi all’origine

Stando alla segnalazione che riportiamo di seguito e che abbiamo tratto dalla rubrica Italians di Beppe Severgnini sul Corriere, il nuovo libro di Faletti pullula di “calchi”, ossia costruzioni tipiche di un’altra lingua tradotte in modo letterale in italiano. Escludendo l’ipotesi peggiore (che Faletti si serva di un ghost writer di madrelingua inglese: l’avrebbe senz’altro nascosto meglio), il romanzo Io sono Dio rappresenta un esempio di come la lingua italiana si stia riempiendo di americanismi e si stia svuotando di costruzioni tipiche. Avanza un modo di scrivere che riflette da un lato anni e anni di cattive traduzioni, dall’altro la pigrizia nella scrittura. Sconcerta soprattutto la naturalezza con cui questo appiattimento viene legittimato.

«Io sono Dio»: Faletti pensa inglese-americano oppure…?

Caro Beppe, cari Italians,
ho appena concluso la lettura di Io sono Dio di Giorgio Faletti e sono perplessa a dir poco. Vado subito al punto: mi riferisco a quelli che in gergo traduttivo si chiamano «calchi», vale a dire quei termini o espressioni tradotti letteralmente, con effetti orribili sulla lingua di arrivo. Ebbene, Io sono Dio ne conta moltissimi. Ma in teoria non è un libro tradotto, giusto?
Allora non mi spiego perché un autore italiano dovrebbe scrivere «non girare intorno al cespuglio»: calco di «don’t beat about the bush», invece di «non menare il can per l’aia». O perché dovrebbe scrivere «Te ne devo una», palese calco di «I owe you one», che in italiano è molto più semplicemente «sono in debito/a buon rendere». O perché in un libro scritto in teoria in italiano mi ritrovi l’incomprensibile frase «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo» dove «grandi» è lo spudorato calco di «grand», vale a dire mille dollari nel gergo della comunità dei neri americani. E questi non sono che pochi esempi. A dire la verità, tutto il libro mi ha lasciato l’impressione dell’italiano «derivato», con i suoi «prese un bel respiro», «telefono mobile» e così via. Ho cercato di darmi una spiegazione plausibile, iniziando con: «Faletti pensa in inglese-americano». Non sta in piedi, per tutta una serie di motivi linguistici e tecnici per i quali sarebbe necessaria un’altra lettera. E allora? Non so cosa pensare, perciò farei pensare un po’ te, Beppe, e anche qualche Italian. Che mi dite?

Sé stesso reload

A proposito di “sé stesso” o “se stesso” è interessante quanto scrive il linguista Amerindo Camilli (qualche “firma illustre” si sente di mettere in discussione l’autorevolezza dell’insigne filologo?): “Stabilito infatti che il se pronome si distingue dal se congiunzione per mezzo dell’accento, è assurdo poi andare a cercare quando sia più e quando meno riconoscibile per dare la stura alle sottoregole e alle sottoeccezioni. E l’avere stranamente scelto proprio quelle due combinazioni (leggi: sé stesso; sé medesimo) e l’aver lasciato con l’accento, per esempio, il sé finale di frase, assolutamente inconfondibile con la congiunzione, o locuzioni come ‘per sé stante, di sé solo, a sé pare’ che si trovano nelle stesse condizioni di sé stesso, testimonia solo la mania delle distinzioni e suddistinzioni a vanvera di cui qualche volta soffrono i grammatici”.
 
Dal forum di linguistica di Repubblica. Grazie a Simone per la segnalazione.