Il tesoro della lingua e dello stile

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Da Eataly dovrebbero migliorare il controllo qualità degli annunci pubblicati sui paginoni dei quotidiani. A parte i refusi anche la scrittura non è delle più limpide. Provate a individuare i punti deboli.

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La Crusca risponde

Segnaliamo un articolo di Laura Montanari sull’utile servizio fornito dal sito web dell’Accademia della Crusca, apparso ieri sulle pagine culturali di repubblica.it. Di seguito un estratto, il resto qui.

Il servizio di pronto soccorso sulla nostra lingua tutti i giorni raccoglie in una casella di posta elettronica sul sito dell’Accademia della Crusca, dieci o venti cose che non sappiamo sulle parole e sulla grammatica della lingua italiana.
[…]
Un avvocato di Genova chiede se sulla targa del suo studio la parola "avvocato" merita o meno la maiuscola. Un signore di Tolentino domanda se è sempre valido il principio di togliere l’apostrofo a fine riga e mettere la vocale dell’articolo. Un’aspirante giornalista di Roma desidera sapere se ha un plurale "pronto soccorso". Un insegnante di Cagliari si lamenta dell’uso della doppia congiunzione avversativa "mentre invece" che ritiene sbagliata al pari di "ma però".

Faletti: ancora accuse e la risposta

Il 3 agosto era uscito su il Giornale un articolo di Matteo Sacchi che riprendeva le osservazioni sul blog di Severgnini e citava alcuni esempi di calchi al contrario.
 
Eccone un estratto:

Tanto per dire: due detective, a pagina 136, hanno un dialogo serrato e anche abbastanza ben scritto, sino a che uno dei due dice all’altro: «Non girare attorno al cespuglio, Peter. Che succede?». Ma attorno al cespuglio ci gira il lettore italiano per il quale «don’t beat about the bush» non significa niente (è l’equivalente di «non menare il can per l’aia»). E dal passo in questione l’attacco alla comprensione e alla lingua diventa sempre più serrato, sino a culminare con «Te ne devo non una, ma mille» che deriva dall’americanissimo «I owe you one» e che in italiano si renderebbe con «Ti devo un favore grosso come una casa».

E, senza infierire, si potrebbe anche chiedersi cosa Faletti sperava che i lettori capissero dalla frase (pagg. 363): «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo». I grandi della terra? Sì, grazie, avere degli adulti attorno a noi bambini piace? No, più banalmente, per i neri d’America i «grand» sono dei bei bigliettoni da mille dollari. Ecco come mai qualche traduttore, come l’interprete Eleonora Andretta, che è stata tra le prime a segnalare alcune di queste stranezze, si è posto una domanda: «Ma Faletti pensa in americano?». 

L’intero articolo è possibile leggerlo qui.

Oggi, domenica 22 agosto, Faletti risponde sulla Stampa. Così:

«Non girare intorno al cespuglio». In Inglese, per esortare una persona che sta tergiversando si dice: «Don’t beat around the bush», frase idiomatica che nella traduzione letterale diventa esattamente quella che ho utilizzato io. Per quel che mi riguarda la frase raggiunge benissimo lo scopo che si prefigge e credo che un autore, se vuole fare girare la gente intorno al cespuglio invece che fargli menare il can per l’aia, sia quantomeno libero di farlo. «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo». Nel gergo dei bassifondi i biglietti da mille dollari vengono chiamati «grands». Forse se avessi utilizzato il termine «verdoni» niente sarebbe successo, perché è una parola ormai acquisita nel linguaggio italiano, dimenticando che nasce dal fatto che i dollari sono verdi e che dunque in Italia non dovrebbe avere significato alcuno.

«Non te ne devo una, ma mille». Secondo la Pubblica Accusa il concetto per avere un senso dovrebbe essere espresso con la frase «Ti devo un favore grosso come una casa». In Piemonte c’è un modo di dire: «Questa la puoi raccontare per una», che si usa ad esempio quando qualcuno esce vivo per miracolo da un incidente stradale. Potrei, volendo, essere accusato anche di «piemontesismo», ma allora temo sia nei guai pure Andrea Camilleri… «La fata del dentino a te porta la marijuana». Lo so benissimo che da noi esiste il topolino e non la fata e di questo faccio pubblica ammenda. Tuttavia devo confessare di avere dei complici. Proprio l’altra sera, vedendo un film con Ben Affleck, Il diario di Jack, mi sono accorto che in un dialogo i protagonisti parlavano della fatina del dentino. Avvertirò i distributori italiani che la mannaia sta per abbattersi anche sul film. A meno che questo fatto non sia passato inosservato e dunque c’è da chiedersi maliziosamente perché. «Smettere di sentirsi falene davanti a una candela». Questa è un piccolo personale orgoglio. Pur essendo depositario di un decoroso inglese, ignoravo del tutto l’espressione «Like mooths to flame» quindi questa espressione, che indica precarietà, è del tutto frutto della mia fantasia. A meno che non mi si voglia far credere che le falene italiane indossino perennemente una tuta d’amianto.

Trovate qui l’intero articolo.

Faletti risponde pure sul Corriere della Sera, stavolta con una provocazione.

«Mi manda in bestia il continuo riemergere dell’insinuazione secondo cui non sarei io il vero autore dei miei romanzi. Si è detto che me li scriveva Jeffery Deaver, figuriamoci. Poi che era mia moglie, la quale ha sempre lavorato come architetto. Adesso sbuca fuori un fantomatico ghostwriter italo-americano. Non accetto che, senza uno straccio di prova, si metta in dubbio la mia onestà verso i lettori. E sono pronto a rivendicarla in tutte le sedi».

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Dunque si preannuncia qualche iniziativa giudiziaria? «Non credo. Cerco di guardare sempre la vita con ironia e penso che presto la faccenda si sgonfierà. Del resto, in un Paese dove non è al riparo la privacy di nessuno, con tutti i giornalisti che ci sono a caccia di scoop, come si può credere che non sarebbe venuto a galla il nome della persona che scriverebbe i libri da me firmati?» Comunque Faletti è anche disposto a fornire la prova della sua correttezza: «Non gratis però. Se qualcuno deposita un bel gruzzolo da un notaio, sono pronto a fare lo stesso e ad autorizzare il notaio a stare insieme a me mentre scrivo il prossimo romanzo. Così, se risulterà che ho un ghostwriter, pagherò il notaio e il mio antagonista prenderà i soldi. Ma se invece sarà confermato che sono l’unico autore, allora lui pagherà il notaio e io intascherò la somma». C’è qualcuno che se la sente di accettare la sfida?

Suona e sembra strano ma ha ragion d’essere

Diceva Aldo Gabrielli. Il avverbiale accentato è “legittimissimo, anche se non molto comune. […] tra il su preposizione e il su avverbio c’è una notevole diversità di suono. Il su preposizione è generalmente atono, […] il su avverbiale è fortemente tonico […] Questa maggior posa della voce alcuni preferiscono accentarla”.
Noi, comunque, lo sconsigliamo in contesti come quello del seguente esempio tratto da lastampa.it e segnalato da Matteo:

Sé stesso reload

A proposito di “sé stesso” o “se stesso” è interessante quanto scrive il linguista Amerindo Camilli (qualche “firma illustre” si sente di mettere in discussione l’autorevolezza dell’insigne filologo?): “Stabilito infatti che il se pronome si distingue dal se congiunzione per mezzo dell’accento, è assurdo poi andare a cercare quando sia più e quando meno riconoscibile per dare la stura alle sottoregole e alle sottoeccezioni. E l’avere stranamente scelto proprio quelle due combinazioni (leggi: sé stesso; sé medesimo) e l’aver lasciato con l’accento, per esempio, il sé finale di frase, assolutamente inconfondibile con la congiunzione, o locuzioni come ‘per sé stante, di sé solo, a sé pare’ che si trovano nelle stesse condizioni di sé stesso, testimonia solo la mania delle distinzioni e suddistinzioni a vanvera di cui qualche volta soffrono i grammatici”.
 
Dal forum di linguistica di Repubblica. Grazie a Simone per la segnalazione.